testo di viviana quattrini per la mostra "cosimo", rvb arts gallery

La natura è il filo conduttore e costitutivo delle sculture e pittosculture di Giulia Spernazza dove legno, sabbia, foglie e tessuti creano l'anima delle sue lievi ed esili figure. Attratta da materiali instabili e informi, il principale interesse dell'artista è quello di ricercare l'espressività primaria degli elementi naturali con un lavoro che si connota in chiave processuale e poverista. Sfruttandone tensioni e torsioni, sono le stesse forme della natura ad essere reinventate con una inedita sintesi che produce un effetto straniante e fantastico. Le sue opere sembrano quindi nascere spontaneamente da ramoscelli che l'artista attentamente intercetta e recupera sulle rive del mare. Questi, modellati dall'acqua, dalla sabbia e dal vento assumono le forme più varie sulle quali la scultrice interviene, manipolando con gesti minimi ma essenziali, le sue figure in cera, resina e gesso. Ne scaturiscono opere leggere e fragili rivelatrici di stati d'animo profondi nati da un continuo lavoro di riflessione e meditazione su se stessa e la vita. Sospese in una dimensione senza tempo, le sue figure metamorfiche suggeriscono evoluzioni interiori frutto di un atteggiamento di contemplazione che l'artista ricerca nella natura e lontano dal caos della contemporaneità.  

                                                                                                                                                                 

                                                                                             

Giulia Spernazza: il silenzio è rock!

Giulia Spernazza, 36 anni, artista romana che si muove con eleganza tra pittura e scultura, in mostra in questi giorni alla Galleria Faber di Roma in una bellissima bipersonale con Arianna Matta, curata da Tomoko Asada e Cristian Porretta.

Proprio tra le mura della galleria l’abbiamo incontrata per una piacevole e rilassata chiacchierata.

Artequando: Iniziamo parlando della tua storia e di come nasce il tuo rapporto con l’arte.

Giulia Spernazza: Quando ero bambina mi capitava sempre di stare davanti alla tv ma senza guardarla; avevo il mio bel foglio e le matite e disegnavo. Quando si è trattato, più avanti, di dover scegliere la scuola e il tipo di studio, non ho avuto il minimo dubbio e mi sono iscritta al liceo artistico Caravillani, a Roma, con indirizzo figurativo. A dir la verità l’arte non era la mia unica passione, in quel periodo studiavo danza. Finito il liceo, per lavoro, mi sono messa ad insegnare proprio danza, mentre in parallelo dipingevo, finché non sono riuscita a capire come gestire i tempi e ad organizzarmi e mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti, sempre a Roma.

A: Che indirizzo hai scelto Pittura?

GS: In realtà Decorazione, ma praticamente Pittura, perché il mio professore era un pittore e da subito abbiamo iniziato a dipingere, anche su tela.

A: Come giudichi la tua esperienza all’Accademia?
GS: Positivamente dal punto di vista umano, per il confronto con gli altri amici artisti che studiavano con me. Dal punto di vista strettamente didattico, diciamo che eravamo lasciati molto liberi di esprimerci e sperimentare. Questo, da un certo punto di vista, può considerarsi un metodo di insegnamento molto efficace per permettere all’allievo di trovare la propria personalità in arte senza subire o copiare quella del maestro di turno, a patto però che l’allievo in questione abbia già di suo una personalità e una sensibilità spiccata. Se sei un po’ timido e insicuro, potresti anche bloccarti; in quel caso forse un insegnamento più legato alle tecniche di base potrebbe essere maggiormente indicato, lasciando poi al tempo e all’esperienza il compito di formare uno stile più definito. In ogni caso, per quanto mi riguarda, è andato tutto molto bene e l’esperienza è stata senz’altro positiva, davvero.

A: Cosa è successo appena uscita dall’Accademia? Giovane artista donna in cerca di…?
GS: In cerca di uno spazio dove poter lavorare, principalmente. L’ho trovato quasi subito per fortuna ed è lo stesso dove sono ancora oggi, in zona ghetto, su strada. Un posto perfetto per me, molto flessibile, in cui posso lavorare come in un normalissimo studio d’artista, ma anche esporre in prima persona le mie opere.

A: Bello. Un po’ laboratorio e un po’ galleria, quindi.
GS: Sì, diciamo così. Una situazione del genere ovviamente aiuta molto, soprattutto agli inizi, quando è difficile riuscire a trovare occasioni per esporre e farsi conoscere. Non voglio cadere nella retorica del mondo dell’arte pieno di gente senza scrupoli che si approfitta dei giovani artisti, perché generalizzare è sempre sbagliato, ma insomma… trovare persone oneste e preparate in questo ambiente può risultare difficile, se non hai esperienza. Io ho avuto la fortuna di conoscere Cristian Porretta di Faber circa quattro anni fa e quella con lui è una collaborazione per me molto importante, sana e gratificante, dal punto di vista professionale e umano.

A: Ecco, parliamo proprio di ciò che esponi in questi giorni in galleria. La tua opera sembra qui rappresentata in tutta la sua varietà, sia pittura che scultura.

GS: La mia ricerca artistica si è sempre mossa su questi due binari, in parallelo. Al liceo ho trovato un insegnante di modellato molto bravo che mi ha permesso di conoscere alcune tecniche fondamentali in questo ambito. Anche all’Accademia ho fatto tutti gli esami di scultura.

A: Come riesci a conciliare la concettualità del tuo lavoro, utilizzando due tecniche diverse? Che approccio hai con questi due linguaggi?
GS: Il rapporto con la pittura è decisamente più intimo, più travagliato, interiore, anche filosofico se vuoi. Mi tocca molto… la pittura per me è una cosa seria. Non che la scultura non sia “seria” per carità, ma io ho un approccio più rude con la materia. Per farti capire, è più facile per me, quando non sono particolarmente ispirata, lavorare un blocco di tufo e riuscire a tirare fuori qualcosa di interessante e valido. E’ come se aggredire la materia per scolpirla sia il mio modo per uscire da un blocco creativo. Con la pittura non è così. La pittura mi fa soffrire, davvero.

A: Il collegamento tra le tue opere in pittura e le tue sculture, a prima vista, sembra più che altro cromatico. Non ci sono figure nei tuoi quadri. Nelle sculture, invece, vedo volti, corpi o frammenti anatomici.
GS: In realtà di collegamenti ce ne sono molti, magari non così visibili ed immediati. Innanzitutto sono entrambi linguaggi figurativi. In pittura sono al limite dell’astrazione, certo, ma parto sempre dalla memoria di un paesaggio, magari non reale ma realistico, possibile, portatore di un senso di infinito, di orizzonte. Da questa idea lavoro a togliere e certamente in molti casi si fa fatica a percepire qualcosa al di là delle variazioni di colore e dell’impatto fortemente astratto di alcune tele. Un ricordo che ho dell’Accademia riguarda una frase che mi disse un professore una volta: “non è importante se questa cosa che hai dipinto è una mela o una macchia. L’importante è il colore”. Questa cosa mi è rimasta, in effetti. Anche oggi quando dipingo non mi pongo più il problema se la visone di un paesaggio sia nitida o suggerita, in fin dei conti è sempre e comunque una macchia di colore. Astrazione e figurazione convergono in questo concetto. In scultura, invece, senza ombra di dubbio la figurazione è più evidente, ma anche in quel caso agisco “a ridurre”, specialmente nei lavori in cera, dove cerco sempre forme “essenziali”. Diciamo che in entrambi i casi la mia attenzione è volta a non cadere in una descrizione fine a se stessa. Di certo non si può dire che la scultura sia la riproduzione in 3D di ciò che faccio in pittura, anche perché se così dovesse essere… dovrei scolpire un paesaggio… o dipingere volti. Sto ancora sperimentando soluzioni per fondere le due cose e già qui in galleria, in vetrina, trovi un’installazione, “Radici Alate”, che in realtà è una parte di un’opera più grande che era impossibile allestire per intero e che, vista nella sua totalità, può dare un’idea di cosa ho in mente. Con quest’opera fra l’altro sono stata prima classificata al Premio Adrenalina del Macro Testaccio. Oggettivamente comunque non vedo discordanza tra le mie sculture e i miei quadri, nel senso che la poetica e l’emotività che vengono fuori da questi colori e da queste forme mi sembrano essere della stessa natura. Se ci fai caso, le mie sculture rappresentano sempre personaggi in atteggiamento meditativo e silenzioso, come se fossero in contemplazione dei paesaggi che dipingo.

A: Magari sono proprio i personaggi che mancano nei tuoi quadri. Li hai tirati fuori dalla pittura e trasferiti nel mondo tridimensionale della scultura.
GS: (ride) Sì, perché no? Può darsi che sia andata proprio così. Oppure potrei essere io davanti ad una tela, in atteggiamento riflessivo a pensare a cosa tirerò fuori…A: Come nasce la scelta dei materiali, legno e cera soprattutto, per le tue sculture?

GS: La cera è un retaggio dei miei studi sul modellato, infatti in passato ho lavorato anche con l’argilla, in confronto alla quale però la cera risulta essere una materia più immediata, almeno per quanto mi riguarda. Poi certamente c’è anche un motivo legato all’aspetto cromatico, come hai notato tu nella domanda precedente. Il legno, invece, riguarda più i miei inizi con la scultura, legati al tufo e quindi ad un approccio fisico, aggressivo e istintivo, un lavoro come si dice in gergo “a togliere”.

A: Anche in pittura sembra, lo hai accennato poco fa confermando questa sensazione, che il tuo lavoro sia principalmente “a togliere”.
GS: Vero. Quando dipingo sono fortemente condizionata dal tentativo quasi ossessivo di trovare armonia ed equilibrio all’interno dello spazio, ma sempre attraverso un lavoro di sintesi più che di somma o moltiplicazione. Voglio che i concetti vengano espressi con meno linee e colori possibili, affinché il messaggio sia chiaro e non inquinato da forme e figure che potrebbero distogliere l’attenzione da ciò che voglio comunicare. Questo approccio spesso mi spiazza, perché ti assicuro che è più facile aggiungere che togliere, soprattutto nelle grandi dimensioni. Per questo prima dicevo che la pittura per me è un travaglio interiore. Dipingere davvero mi sfinisce: quando sono di fronte ad una tela grande so già in partenza che sarà una lotta molto dura tra me e lei.

A: Una lotta in cui il risultato finale però è quanto di più calmo e rilassante si possa immaginare. Sembra che la musica di questi quadri… sia il silenzio.
GS: E’ così. Ma è ovvio che dopo aver combattuto e vinto, ci sia spazio per una pace interiore finalmente raggiunta.

A: Quali sono i tuoi riferimenti?
GS: Nella storia dell’arte ce ne sono innumerevoli. Sicuramente Morandi a livello cromatico. All’Accademia dipingevo con colori molto più accesi, poi pian piano ho iniziato a spegnere questo forte cromatismo e ad usare molto il bianco e ricordo che il professore mi consigliava di continuare in questa direzione, spingendomi ad approfondire lo studio prima della scuola romana e poi di artisti come Felice Casorati, sul quale infatti ho incentrato la mia tesi e che considero, a livello di strategia della composizione, davvero un grande maestro. Sono arrivata quindi nel tempo a questa pittura tonale che utilizzo oggi con i risultati che vedi. Visto che ho citato Casorati per la composizione, non posso non citare allora Rothko, per la sintesi ma soprattutto per la linea orizzontale che ormai è diventata quasi imprescindibile per me.

A: Qui alla galleria Faber le tue opere sono esposte in dialogo, o forse dovrei dire in contrasto, con quelle di Arianna Matta, molto diversa da te eppure perfettamente complementare. Cosa mi dici di questo accoppiamento pensato da Cristian e Tomoko?
GS: All’inizio la cosa mi ha subito entusiasmato, perché il confronto con altri artisti è sempre importante ed eccitante. Poi, quando ho visto i lavori di Arianna, un po’ mi sono spaventata, temendo che il contrasto fosse davvero eccessivo tra il suo gesto così forte e rumoroso e il mio così silenzioso e tenue. Immagina una come me, abituata come ti ho già detto alla ricerca dell’armonia, messa invece all’interno di una mostra costruita su una diversità così evidente. Una volta visto l’allestimento invece, ho fatto milioni di complimenti ai curatori e galleristi, perché questi due linguaggi messi così a confronto mostrano in modo ancor più chiaro la propria identità. Bella anche la scelta di non dividere la galleria nettamente in due, quindi con una parete a testa, ma di sfruttare invece lo spazio in questo modo particolare, ad incrocio, quasi a formare un otto orizzontale, che se poi ci pensi è il simbolo dell’infinito. Se ci fai caso, sembra quasi, facendo un volo di fantasia, che i lavori di Arianna rappresentino quello che c’era prima lì dove poi io dipingo, togliendo, lo stato attuale di questo luogo immaginario. Ma anche, se vuoi, che i miei paesaggi deserti rappresentino la base sulla quale poi Arianna costruisce i suoi mondi, in questo caso aggiungendo e sommando. E’ proprio un bell’allestimento.

A: Ci sia permessa una domanda autoreferenziale. Hai letto qualcosa sul nostro blog? Ci conoscevi? Cosa ne pensi?
GS: Sì, ho letto l’intervista al mio amico Jacopo Mandich e mi è piaciuta molto. Avete un approccio informale molto divertente e colloquiale.

A: Allora adesso una domanda estemporanea. Che musica ascolta una come te che “dipinge il silenzio”?
GS: (ride) Ora ti stupirò! A livello di formazione ti dico punk e grunge. Ci sono persone che entrano in studio da me mentre sto dipingendo e rimangono colpiti dal vedermi all’opera mentre ascolto Nirvana, Pearl Jam o Alice In Chains. La domanda più frequente è: sei la stessa persona che dipinge questi quadri così calmi e tranquilli? In realtà poi ascolto anche molta musica elettronica, Massive Attack, Portishead.

A: Magari farò la stessa domanda ad Arianna Matta e lei, che dipinge in modo così esplosivo, mi risponderà Mozart…
GS: Non lo escluderei.

A: Bene. Grazie per questa piacevole mezzoretta di chiacchiera informale. Appena arrivati a casa mettiamo su qualcosa dei Clash per rimanere in atmosfera.
GS: Ottima scelta. Passatemi qualche cd allora…

INSIDEART

https://www.insideart.eu/2013/02/10/da-che-parte-stai-2/ 

Da che pArte stai?


La galleria Spazio 120 espone sette artisti. A Roma si riflette sulla libertà di scelta.

Dopo la personale dell’artista rumena Doina Botez conclusasi a dicembre dello scorso anno, la galleria d’arte Spazio 120 di Romainaugura il 2013 con una curiosa collettiva composta da sette artisti:Alessandra Carloni, Valerio GiaconeJacopo Mandich,Francesco MulasGiulia SpernazzaMarcello Toma e Roberta Ubaldi. Il tema della mostra, dal titolo Da che pArte stai?, è quello della scelta individuale e, pertanto, diversa che i setti protagonisti hanno fatto nel creare le loro opere. Tutti piuttosto giovani, con un’età che si aggira intorno ai trenta, nel cimentarsi in questa esplorazione dimostrano di reinterpretare il tema in modi estremamente differenti condividendo tuttavia una scelta finale di assoluto anticonformismo. In una società che vuole vederci indistintamente uniformati ai suoi discutibili dettami, gli artisti presenti in mostra si esprimono in totale libertà stilistica, tematica e tecnica. Da che pArte stai? vuole essere, spiega a Inside Art il curatore Cristian Porretta, una ”presa di posizione” da parte sua, nella scelta degli artisti, e da parte degli artisti stessi che, a loro volta, scelgono di esprimersi attraverso la pittura e la scultura, piuttosto che con opere d’arte concettuale, per mostrare un arte che, oltre a pensare, sa anche fare e sa da che parte stare. Anche l’idea di Porretta e della gallerista Raffaella Renzi di non stampare inviti, brochure o cataloghi è parte della stessa libertà di scelta. In compenso, sono gli artisti a essere stati chiamati a creare flyer personalizzati che liberamente scelgono di regalare o vendere.

I sette protagonisti dell’esposizione in via Giulia non si lasciano, dunque, condizionare dalle mode omologanti e dai mercati accessibili solo a opulenti circuiti, dalla vuota banalità di un mondo fatto di superficialità e apparenza. In questo contesto si collocano le sculture di Spernazza che, con materiali naturali quali cere, garze, rami, tronchi e terra descrivono il profondo legame tra uomo e natura attraverso uno sguardo poetico e sospeso in una dimensione senza tempo. Le tele di Ubaldi, al contrario, mostrano l’inevitabile trascorrere del tempo attraverso un insolito materiale, la ruggine. L’artista che, come lei stessa dichiara, innaffia lamiere piuttosto che fiori per poi osservarne i cambiamenti nel tempo, insiste appunto sull’incessante passare dei giorni che le tante mani dipinte, protagoniste attive delle tele, toccano nella loro ruvidezza. I paesaggi industriali di Toma insieme alle realtà fantastiche di Carloni si pongono, invece, all’interno di un mondo enigmatico e a tratti onirico che, nel primo caso, diventa sfondo per originali nature morte composte da carte da gioco e tazzine da caffè, mentre nel secondo assumono le sembianze di un paese dei balocchi collodiano dove anche innocui giochi da tavola possono diventare inquietanti. Ci sono, poi, le belle lampade di Mulas che attirano lo sguardo con il loro fascino da mandala tibetani come se nel momento in cui si spegne la luce venisse soffiata via anche la sabbia e dunque la rappresentazione dal vetro di supporto. Le piccole ma potenti sculture di marmo e metallo di Mandich, invece, si allontanano dalla quieta pacatezza himalyana e sembrano mostrare i complicati ingranaggi con cui il mondo gira e la vita va avanti. Da notare la scultura che ricorda una litoteca settecentesca ma di epoca industriale post-moderna. E, infine, il trentaseienne Giacone, artista scoperto e cresciuto nella scuderia della galleria Spazio 120, che utilizza il legno a metà tra l’artigiano e l’artista. Con lui questo materiale si trasforma da cornice, a mezzo di supporto, a opera d’arte e, in alcuni casi, assumendo tutte e tre le sembianze. Ne è un esempio quella porta su cui ha applicato pezzi di legno di ogni tipo, lunghezza o colore completandola con riconoscibili forme urbane. E Giacone sarà anche il protagonista assoluto di una personale con la quale Porretta inaugurerà una sua galleria a settembre.

fino al 3 marzo

Galleria Spazio 120, via Giulia 120, Roma

 

INTERVISTA DI ASSOARTEDì PER LA RUBRICA "L'ARTISTA DEL MESE"

Giulia, sei pittrice, scultrice e coreografa, cominciamo dalla pittura: i tuoi quadri rappresentano paesaggi eterei, ma allo stesso tempo materici. Spiegaci la tua visione del mondo e della tua pittura.

La mia Pittura si colloca nello strato più profondo della mia ricerca artistica.

Infatti si differenzia dall’approccio “fisico” e impulsivo che ho con la Scultura, la sento a contatto con uno strato  emotivo molto complesso…. È un’ emanazione continua di impulsi che hanno a che fare con la memoria, il sogno e la mia visione “pura” della Pittura. Le immagini emergono dall’interiorità per posarsi sulla tela dopo una lunga riflessione e un’attenzione estrema alla composizione dello spazio e del tonalismo… Mi interessa ricercare il contrasto tra la leggerezza che l’immagine  e il colore suggeriscono attraverso la rappresentazione di paesaggi  tra il sogno e la realtà, e la matericità del quadro resa con sfondi-collage e con una Pittura in alcuni punti molto densa e in altri diluita. Per me la Pittura è un mezzo per evadere, per sospendere il tempo e lo spazio ed ascoltare noi stessi. La Scultura mi consente di liberarmi delle lunghe meditazioni che a volte precedono e accompagnano la realizzazione di un quadro.

Qual è stato finora il tuo percorso artistico?

Il Percorso Artistico è iniziato presto. Negli anni trascorsi all’Accademia la mia Pittura era molto legata all’aspetto formale, allo studio dello spazio e del colore a discapito dei contenuti.

Con il tempo sono riuscita credo a eliminare la rigidità, pur conservando l’attenzione per l’aspetto compositivo, attraverso un lavoro di sottrazione e  l’uso del colore in dissolvenza, che mi ha consentito di esprimere la mia interiorità.

Anche con la Scultura ho avuto delle evoluzioni importanti, lo studio accademico mi ha resa sicura nelle tecniche ma negli ultimi anni sto sperimentando molto, anche con materiali nuovi. I soggetti invece sono rimasti invece legati alla figurazione femminile.

Quali sono i tuoi obiettivi a breve e lungo termine?

Continuare a lavorare a 360 °, cercando di creare una sinergia totale tra le Arti come ho cercato di fare con la mia Mostra Fluidoessenza, il mio primo tentativo di unire il mio amore per le Arti visive a quello per la Danza.

Le tue coreografie sono arte in movimento, pittura e scultura si fondono sul palco. Come nasce una coreografia? Cosa esprimono?

Il mio Lavoro di Insegnante e Coreografa è iniziato nel 2002, ha sempre viaggiato in parallelo alla mia ricerca  nelle delle Arti visive. Come Insegnante ho sempre lavorato trasmettendo le basi della danza Classica, che ti consente di spaziare in ogni stile avendo una padronanza eccezionale del proprio corpo….

Mi piace in una coreografia trasmettere la pulizia e il rigore del classico per poi rompere gli equilibri dando al corpo la libertà di abbandonarsi a movimenti non convenzionali, lasciando che la musica sia fonte di ispirazione .

A maggio hai realizzato una splendida mostra presso lo Studio Artistico Evasioni, dal titolo Fluidoessenza. Com'è nata l'idea?

La Mostra è un progetto che nasce dalla volontà di unire più linguaggi che si fondono per esprimere l’essenza di  processi introspettivi. Insieme alla  curatrice Togaci, che ha creduto da subito a questo progetto, abbiamo deciso di coniare una parola  che contenesse il concetto di un moto continuo verso la parte nascosta delle cose, che si riferisse al processo inevitabile di qualcosa di “liquido”, che penetra ed arriva fino in profondità per poi tornare indietro, a suggerire un ciclo infinito.

Lo splendido allestimento è parte integrante delle opere in mostra, vero?

Si, in realtà le Sculture facevano parte di una installazione, erano presenze che abitavano un microcosmo in cui centrale era la Natura, il suo battito. Attraverso la collocazione di rami, foglie e tronchi e giocando con le ombre ho creato un ambiente incontaminato, dove la natura compiva il suo ciclo in sinergia ed armonia con l’essere umano.

Il percorso espositivo partiva dalle sculture per completarsi nella proiezione del video. Qual è il legame?

L’installazione iniziava con dei rami che correvano lungo la prima parete, innescati in un bassorilievo in terracotta  che proseguiva con delle ombre proiettate. La figura emerge appena per iniziare il proprio viaggio. Il testo (e non il titolo!) che accompagnava la prima fase di questa esperienza, esprimeva al meglio il suo significato:

Sono altrove,

sono dove immagino di essere,

dentro e fuori dal mio corpo e volteggio in altri luoghi.

Luoghi di cui sento l’odore, il suono, il respiro….

Mi abitano e si concedono

Luoghi in cui mi perdo per ritrovare il senso delle cose…

di me insieme alle cose.”

Lo sguardo proseguiva poi sulla seconda parete, coperta di rami . Nel cespuglio era collocata una figura per metà in alto rilievo e per metà tridimensionale. Il processo introspettivo, in simbiosi con la natura, è in stato avanzato e emerge dalla propria coscienza… più il viaggio dentro noi stessi è profondo più l’anima esce in superficie e si può vivere in sintonia con il mondo :

Il vento mi scuote, mi abbandono al suo passaggio e il suo dolce respiro diventa il mio.

Tutto mi tocca

Tutto mi trapassa

Tutto mi riempie e mi abbandona.

Rimango immobile e distante,  sento il battito di un’energia che risuona ,

sospesa in luoghi immaginati mi impossesso di questa forza .

Sento il suo frenetico arrivare, tutto diventa battito, ora.

La terra è polvere e si deposita sulla mia corteccia, la penetra,

riempe il mio corpo, contenitore di vibrazioni perpetue”.

Il video completa e rende più esplicito il messaggio. Inizia con la proiezione di una sfera bianca che simboleggia il mondo e quella della mio corpo, lontane tra di loro. La iniziale staticità del corpo sta ad indicare la posizione di partenza rispetto al viaggio che sto per compiere.Il desiderio di appartenenza mi spinge a cercare dentro me stessa un equilibrio e attraverso la mia proiezione in paesaggi naturali riesco pian piano ad alzarmi, poi a muovermi attraverso una danza Lenta e costante, fino ad arrivare al congiungimento con la sfera, alla mia rinascita… :

“Avanzo, attraverso strade

Il viaggio è il mio cammino

Sono i miei passi, il mio passaggio.

Desiderio di luoghi incontaminati, di purezza.

Il corpo è veicolo di sensazioni che questo meraviglioso viaggio suscita, simbolo di una RINASCITA possibile.”

Il riferimento costante all’acqua nel video, completa il ciclo della natura presente nell’installazione.

Che materiale utilizzi per le tue sculture?

Ho cominciato lavorando con l’argilla ed il gesso, tecnica tornata in occasione della mia ultima Mostra, nell’ultimo anno mi sono accostata ad un materiale fonte di ispirazione, il tufo.

Arthur Bloch, nella Legge di Murphy del 2000, ha scritto “Scultura è quella roba cui vai a sbattere in un museo quando fai due passi indietro per guardare meglio un quadro”. Cosa ne pensi?

Beh non sono d’accordo ovviamente! Anzi, penso che la Scultura abbia il dono speciale di rendere un’opera viva…. L’impressione che ho sempre quando ne finisco una è  quella di aver assistito ad un miracolo.

il link dell'intervista su  https://associazioneartedi.blogspot.it/2012/07/artista-del-mese-giulia-spernazza.html?spref=fb